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- La strega-

Nè la collera, nè l'orgoglio, la salverebbero da queste seduzioni. La salva l'immensità del desiderio. Niente lo appagherebbe. Ogni via è limitata, impotente. Al diavolo il destriero, il toro, al diavolo il fuoco dell'uccello, lasciate in pace, deboli creature, chi ha bisogno di infinito. Lei ha una voglia di donna. Di cosa? Ma del Tutto, del grande tutto Universale. Satana non l'ha previsto, che non si potesse appagarla con nessuna creatura. Quel che non ha potuto lui, lo fa un non che di cui non si sa il nome. A questo desiderio immenso, profondo, vasto come un mare, lei soccombe, si addormenta. In questo momento, senza ricordi, senza odio nè pensiero di vendetta, innocente suo malgrado, dorme sulla prateria, proprio come chiunque altra, la pecora o la colomba, distesa, raggiante; non oso dire, innamorata. Ha dormito, ha sognato. Che bel sogno. Come dirlo? Il mostro meraviglioso della Vita Universale si era sprofondato in lei; orami vita e morte, tutto portava dentro, e al prezzo di tanti dolori, aveva concepito la Natura.(J.Michelet, La strega)

- Testi-

Ahia
Animaletti da compagnia
Autunno
Chi troppo sente
Confusione
Dannazione
Dio esiste ma le cose non gli riescono sempre così bene
Erano quei tempi
In metrò
La casa in fiamme
La fata
Luna
Millennium
Minou delle pozzanghere
Professore
Verrà l'autunno

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- Ove amo navigare -



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- Lasciami un saluto...-

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- I minuti, le ore, i giorni che passano...-

- A proposito di me-

Chiudi il tuo tempo dentro a un fiore, ferma i secondi, i minuti, le ore, chiudi il tuo tempo dentro a un fiore,vivi la tua vita, dimentica il potere!

- Amo -

mia amata odiata città...

Tutto ciò che ha a che fare con la magia e la stregoneria, amo studiare, amo i miei gatti, amo il pensiero di poter essere felice...un giorno come lo son stata un tempo, amo i miei amici, pochi ma buoni, amo danzare e perdermi nella musica!E amo le colline a primavera...e i ruscelli, e la luce dell'alba...E amo gli animali tutti, dal ragno alla balena, passando per i magici gatti del mio cuore!Amo i miei dei, amo chi ha il coraggio di credere, amo chi non sa tacere.Amo perdermi a 20 metri da casa nella mia amata odiata città...Amo chiudermi in casa quando fa freddo a leggere, amo passeggiare sotto il sole con le infardito e le gonne lunghe, amo i sorrisi dei bambini in bus, amo il verde negli occhi degli uomini, amo staccare la spina, ogni tanto, e volare...

- Odio-

La banalità,la mancanza di coraggio, il grigio della città se lo lasci entrare nella tua anima. Odio l'aglio, odio svegliarmi la mattina presto, odio sottostare ai comandi. Odio ogni forma di violenza, odio le guerre, odio il fanatismo religioso, odio la politica distruttiva che sta rovinando il nostro pianeta, odio farne comunque parte e dover sopportare la mia stessa ipocrisia, non sopporto coloro che non credono in nulla. E si lasciano vivere.

-Cosa ascolto, cosa ballo, cosa mi rapisce... -

La musica etnica e celtica,tutta la musica definibile 'trance' Enya,la musica pagana e la world music, Loreena McKennit, alcuna vecchia techno e la Psy-trance più psichedelica, il rock folk padano, poi Massive Attak, Portishead, Underworld, Leftfield... i Modena City Ramblers stanno sempre in sottofondo nei momenti importanti...Mi distraggo con Giuliano Palma, adoro il flauto di pan in tutte le salse^^!!!

- In cima alla mia libreria e dentro al mio cuore-

La strega di J. Michelet, Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estès, Il ritorno della grande madre e La magia, di G.La Porta, La grande madre di E.Neumann, Il risveglio della dea di Vicky Noble, Perchè questo è il brutto dell'amore di N.Muller, tutto Benni, ho appena riletto Baol(geniale) e tanti tanti testi di mitologia e antropologia. Ma ho mato anche Lovecraft e Orwell, Huxley e Isabel Allende. Un racconto per tutti: 'Nostra Signora delle rondini della Yourcenare

-Cosa sto leggendo ora...-

Il mistero del Graal

- Il cinema che garba Venu-

Mononoke Hime, Excalibur,Lady Hawk, tutta la trilogia de 'Il Signore degli anelli (film irripetibile...mondo in cui mi piacerebbe vivere...), Guerre stellari, i primi tre episodi e Episode One, Blade Runner, Natural born killers, L'odio, Trainspotting, La meglio gioventù, The others, Il sesto senso, American beauty, La casa degli spiriti, La 25° ora, Mononoke Hime,Rosemary's baby, Il presagio, L'ultimo presagio, Il castello errante di Howl, Mediterraneo, Marakesh express, Dracula di Bran Stoker, Underground di Kusturiza, tutto Ken Loach,i vecchi film con Tognazzi e Gasmann...

- Studi e desideri-

Feci le magistrali...hem, no prima ragioneria, un anno, bocciata^^, poi Scienze politiche, ma non me ne fragava molto, alla fine mi son laureata in antropologia culturale...Avrei voluto fare storia medievale, o qualcosa di simile...comunque.Ora seguo un corso per addetto ufficio stampa, e il sogno è quello di imparare far bene i siti web, non quelli sempliciotti, quelli seri...

giovedì, 08 febbraio 2007, 18:35



Il fiore del deserto
C’era una volta e una volta non c’era un Principessa dalla pelle di giada, che viveva in un castello dalle torri lanciate verso il cielo, in un paese molto lontano stretto fra la orsa del deserto e il mare d’oriente.
La sua era una vita serena, fatta di racconti dei saggi, di lavoro al telaio, di canti e sogni.
La bella principessa si innamorò di un giovane soldato, che le rubò il cuore, per un sola, stellatissima notte, ma poi lo getto, come fosse un cuore di terra seccata, e partì con i suoi uomini, verso la sua vita di guerriero.
Il cuore della Principessa rimase, inerme, freddo, arido…
Il vento caldo dell’Est le avevo tolto ogni parvenza di vitalità, il vento che portava i soldati verso nuove battaglie, aveva portato con se la gioia e la fanciullezza di un tempo.
Il vento arido che soffia morte e porta dolore, è ha la forma dei mostri alati degli incubi dei bambini…
Ogni cosa era inutile, la principessa si muoveva appena, appena mangiava, non suonava più l’arpa, non inventata nuove storie per i bambini che le correvano intorno.
Un cuore di terra secca; e lei un fantasma raggrinzito, come dalle nostre parti le foglie in autunno, trasparenti e fragili.
 
Poi, un giorno come gli altri, ma di mille altri migliori, sul regno della Principessa cominciò a piovere, e piove, e piovve giorni interi.
Il cuore della Principessa palpitava un poco di più, solo un poco di più, guardando fuori dalle grandi finestre tutta quell’acqua degli Dei che bagnava il deserto e portava nuova vita.
 
Una mattina, all’alba, solita com’rea a passeggiare, proprio nel bel mezzo del deserto che una volta sputava fuoco, vide un piccolo fiore giallo.
Un fiore giallo appena più che bocciolo.
La Principessa portò al fiore acqua, e ancora acqua, e parlò a lungo con lui, finchè questi non sbocciò, con i colori dell’indaco e del viola, dello zafferano e della sabbia.
E intanto che sbocciava il cuore di terra secca della Principessa cominciò a fare le giravolte, a vedere, a rivedere, finalmente con gli occhi dell’amore.
Da quel giorno il fiore divenne sacro, e la principessa non fu mai più triste, perché l’amore vero, ora aveva capito, non era solo quello verso gli uomini e le loro battaglie, ma quello per ogni cosa del nostro creato. Ogni singola cosa.
Il demone dell’est soffio mille e mille anni ancora, la Principessa, come è giusto, un giornò morì..ma le sue figlie e i suoi nipoti ogni anno, nel periodo delle pioggie, parlano ai fiori del deserto.
I fiori sbocciano e la vita continua.
E il demone del Est ancora sinceramente deve capirci qualcosa.

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sabato, 11 novembre 2006, 00:52



La fata

 
Solo un ombra diafana di bianco vestita, e una coroncina di fiori sul capo.
Lui dorme. Lei gli si accucciola dolce, accanto.
Lui si sveglia impaurito, sconvolto, scende dal letto, la guarda, ha paura: -Chi sei tu ?
E lei: -Cosa è io?
Lui:- Chi sei tu?
Lei:-Cosa è io?
Lui si fa nervoso, cerca riparo.
Negli occhi di lei infinita dolcezza, poi, d’un tratto, un bagliore di fuoco, un fulmine, un lampo.
Lui:- Chi sei tu?
Lei:- E tu cosa è? Io sono l’amore e sono la guerra, sono la morte ma dono la vita.
Sono colei che ti ha cullato e colei che ti ha ucciso in grembo.. Sono i fiori e sono i colori, la gioia e la malattia.
Tu chi sei?
Lui:- E’ solo un incubo, un dannato incubo. Chi sei?
Lei:- Hai detto bene, sono l’incubo e sono il sogno , sono la pioggia che cade e il fuoco che divora. Sono colei che ti ama e che vorrebbe ucciderti.
Sono tutti i tuoi piccoli demoni, le tue piccole paure, sono i tuoi ricordi, e il Sole che sorge al mattino.
Lui- Non capisco...
Lei:- Non ricordi, solo, non ricordi...E’ difficile, per gli uomini, ricordare.
Lui:- Allora dimmi chi sei!
I fiori sul capo di lei si fanno rossi di sangue, le unghie si affilano, lo sguardo da Demonio.
Lei- Sono la fata delle fiabe e la strega del bosco, sono colei che ha curato e colei che ha ucciso. Sono l’acqua dei ruscelli e il sangue nelle vene. Sono la preda e sono il cacciatore. Sono il bambino che nasce, sono il primo respiro.
Sono la morte e la frutta sugli alberi.
Perché mi hai dimenticato?
 
Lei tenta di avvicinarsi, allarga le gracili braccia , gesticola, sorride. E’ nuovamente piccola, serena come una bambina che gioca col grano, e piange un poco.
Lui non ha più paura, la riconosce, la stringe a sé e si addormenta.
 
Al mattino apre gli occhi, e Lei non c’è più. Qualche petalo e rimasto sul pavimento, fuori c’è il vento. Lei è nel vento, Lei è il vento.
Lei è in ogni luogo, sempre, e sempre ci sarà.
Era bella e terribile, piccola come un bocciolo e immensa come le montagne.
Forte ma insicura come un cucciolo , come la neve che si scioglie, lontano, in altri luoghi dove nessuno, o quasi, ha più il coraggio di andare.

dreamed by Venusia66

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mercoledì, 01 novembre 2006, 21:23



Confusione
 
Scrivere due righe
in questi giorni stanchi,
pensando a quel passato
che non mi è più davanti,
 
pensando ai tuoi occhi
perduti all’orizzonte,
a quella volta sola
che bevvi alla tua fonte
 
il tempo passa lento
e confonde i miei pensieri
distinguo appena l’oggi
dal trasognato ieri
 
ma se t’incontro ancora,
nei sogni o per la strada,
mi auguro che ancora,
un’altra volta accada!
 
Dannazione
 
Io non sono come gli altri
e non posso vivere come loro,
io non porto maschere davanti al viso
per nascondere il mio inganno.
 
Io sto qui, inchiodata ,
su questo pezzo di terra,
assorta in pianeti mille anni luce lontani
da noi e dal nostro dannato silenzio.
La casa in fiamme
 
Nella camera di quando avevo sedici anni c’era ancora una bambina che piangeva.
Aveva i capelli lunghi e il viso disperato. Mi ha gettato contro qualcosa, non ho avuto il coraggio di rimanere, non ho saputo consolarla.
Poco più tardi ho immaginato non piangesse più. Stava solo seduta sul letto, con le gambe a terra e le braccia lungo i fianchi.
Aveva un accenno di sorriso, e non era più sola.
Nella stanza della nonna c’era un futuro che non ho voluto sapere, che non è dato sapere.
Nel garage un vecchio cane lupo, un poco spaventato. Ho avuto malinconia nel chiuderlo nella stanza, presa la legna da ardere-
Ma i fantasmi sono liberi, non conoscono pareti: poco più tardi è corso nei campi innevati, e ha preso un coniglio.
Nella stanza di mio fratello ho incontrato un demone bello, che mi ha fatto ballare e mi ha chiamato dentro quando la casa bruciava.
Più diventava grande più difficile era guardarlo in volto. Alla fine era buio e fuoco. Nella notte. Sospeso.
Nella stanza della mamma odore di amore, e il letto disfatto.
Malinconia di lui e fiammelle sulle mani.
E specchi, troppi specchi.
 

dreamed by Venusia66

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lunedì, 30 ottobre 2006, 18:53



Luna

Dormienti spiriti
dai rami fatati,

accorrete al richiamo
dei miei silenti ululati,

alzate la coppa,
sguainate la spada,

ch'io non incontri il nemico
in quest'immensa contrada!

Luna gentile,
Signora potente

che puoi dare tutto
a chi non ha niente

illumina forte
il difficil cammino

di chi ora ha
sol se stesso vicino!

dreamed by Venusia66

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lunedì, 30 ottobre 2006, 18:12



Verrà l'autunno
 
Verrà l’Autunno
e avrà i tuoi occhi marroni,
e il vento freddo
che porta lontano i colori,
soffierà, lieve la sera
raccontando di quella che era,
di quello che era e che mai sarà più
in fondo all’anima e lontano nel blu.
Verrà l’Autunno e moriremo abbracciati
sotto a una quercia dai rami fatati.
 
 Animaletti da compagnia
Mhhh, quel dì già mi dicesti di non farmi inganni, che mai ti saresti innamorato di me…ah, l’amor che parola grossa per colui che non vuole legame, ma che appende cappelli in ogni dove, se può, per segnare il territorio e ricordarsi maschio alfin comunque.
Di te ora vedo gli occhi luminosi e le labbra carnose, e quello sguardo sorridente e perso di quando mi infili le dita nelle mutande e ti immergi senza incontrare il mio sguardo.
Poi chiedi scusa, e quanto sei buffo, dici che non resisti, e non sai quanto il tuo non resistermi mi metta forza ed allegria.
Ci sono cose che non cambiano.
Noi certo siamo cambiati in questi quattro anni, sono cambiate le nostre vite e si sono scolpite le nostre rughe, ma ancora ci cerchiamo, per dirci qualche cazzata e per parlar della vita, poi, inevitabile, il tuo musetto sul mio, e la pancia in giù a premere il materasso forte forte…
E il mare torna a battere sui moli come in tempi che mi paiono antichi di quando ti sentivo, seppur lontano, perché bruciati dallo stesso sole e bagnati dallo stesso mare.
Mi chiedo se davvero il fato ci voglia solo lasciar sfiorare, in questi anni caduci e pesanti che mi sento intorno, forse entrambi troppo persi nei rispettivi mondi, ma piacevole  carnale punto d’incontro, sospeso, nel tempo e in ciò che di noi farà questa strana sorte.
Chi troppo sente
 
Chi troppo sente e in questi paraggi
si sente sperduto, confuso, sbattuto.
E ti chiudi in un riccio, e pur di non abbassare gli occhi
li stringi rabbiosi e lanci saette.
E quel fremito, quella corrente dentro che covi, che temi, che finisci per cercare proprio per liberartene.
E sei così disordinata dentro che il solo cadere di una foglia può farti morire.
E quante volte sei morta, quante foglie cadute?
Quante lacrime al vento,
quanti sogni nascosti,
quanti sorrisi sommessi,
quante paure irrequiete,
e i pugni, gli schiaffi, gli urli,
e il non sentire più nulla.
Sei seduta sul letto, guardi e non vedi.
Immobile.
Non ci credi nemmeno.
Meglio non essere che essere, ora.
Chi troppo sente vede oltre gli specchi
ed affoga ogni volta nello stesso naufragio
e si aggrappa e ritorna, per poi ricadere,
perché ogni volta vuole solo morire.

dreamed by Venusia66

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lunedì, 30 ottobre 2006, 09:54



Ahia!
 
Ahi, ahi, ahi, ci sono ricascata, cotta, andata, persa, insomma innamorata!
Che sia solo illusione, che sia speranza vana,
ma l’amor colpisce forte come il vento tramontana...
ma l’amor colpisce ancora, che faccio, adesso, allora?
Ahi, ahi, ahi, il cuore batte forte, il sentimento -se tu vuoi- sconfigge anche la morte,
la morte che volava a stretti cerchi sulla testa, ed ora la paura ancora un poco resta:
se poi dovrà finire? Se poi sarà un miraggio?
Ma ora io sto bene, e questo da coraggio.
 

dreamed by Venusia66

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domenica, 29 ottobre 2006, 21:47



Professore
Ho voglia di scrivere di lui e dei segni forti del suo mento di satiro.
Ho voglia di scrivere di lui e del mio domandarmi  perché io mi senta così perduta ma felice tra le sue braccia.
 Lontana da tutto, da ogni altro pensiero.
Rapita, forse, rapita nello spirito. 
Forse è l’idea di non poterlo davvero avere a rendermelo così affascinante ai sensi. 
Forse è il sorriso non più bambino e il farsi sottile e malizioso degli occhi,
forse è il sentirlo lasciarsi un poco andare, qualche volta, solo qualche volta,
e gli angoli della bocca che si piegano in su, e le labbra strette,
e un gemito sottile e penetrante, seppur trattenuto,
che si amplifica nel mio petto e diventa un canto che scioglie. 
Non so bene se sia il mio sentirmi bambina, o il suo non esserlo più a fare di questo un gioco sì malizioso.
Non so.
Tante le cose che non so, quello che so è che mi manca l’odore della sua pelle, e il suo desiderio accanto, come non troppe ore fa, col freddo che bussava ed io non lo sentivo,
e l’alcol a riscaldarmi la mente e sciogliere il mio desiderio nel suo. 
Ancora una volta, ancora una volta. 
E poi ancora una che l’inverno è lungo e per troppo tempo freddo è stato il mio cuore,
e sia così che la paura di una nuova sofferenza diventi uno sciroppo dolce che nasconde veleno,
e veleno sia se deve essere e mi punga ancora quel serpente possente
che ti brucia negli occhi e mi entra nella carne. 
Quale dolce veleno, ch’io solo amore sento, e altro non posso provare. 
Da lontano nel tempo e nella storia degli uomini un eco dionisiaco mi riempie i polmoni. Immagino che non potrò che dire un'altra volta, ancora una volta, si.  

dreamed by Venusia66

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domenica, 29 ottobre 2006, 18:47



Dio esiste, ma le cose non gli riescono poi sempre così bene
 
Risveglio brusco e decisamente poco piacevole: il trillo del cellulare mi rapisce dal mondo di Orfeo mi sbatte in questo schifo di pianeta, per di più è Agosto, la città è deserta, il mio morale sotto alle scarpe e fa un caldo allucinante.
Messaggio. La speranza è sempre l’ultima a morire, chissà che non sia il “mio” bel principe che si è misteriosamente ricordato di me.
Mi alzo mugulando in turco. La giornata ha già preso una piega decisamente negativa.
Altro messaggio al cellulare, i gatti miagolano in cerca di cibo.
Se è Telespalla un’altra volta giuro che lo insulto tramite SMS.
Invece Dio esiste, almeno il mio dio esiste, e ogni tanto si ricorda di questa mortale un pelo scoppiata: è il mio principe della Collina, mi invita a casa sua, vicino al mare, per una sera soltanto, domani lavora, ma per me è una sorta di miracolo.
Sono giorni che fisso il cellulare aspettando che squilli, e che compaia il suo nome.
 
Faccio colazione al bar vicino casa, ilare e gioconda, e informo anche il barista (sai poi cosa gliene può essere fregato) che fra poche ora sarò con lui, nella sua reggia, nel suo mondo, e avrò, detta come va detta, la possibilità di provarci in maniera chiara ed inequivocabile.
Il mio giovane principe. Il mio giovane stronzissimo principe.
Insomma, ho è stronzo forte o è realmente in depressione oppure non ha capito proprio per nulla quanto mi piace.
Da quando ci siamo fatti il rave di fine Luglio insieme mi è rimasto dentro come una piccola scheggia, e ogni tanto si fa sentire, brucia forte nel cervello e io non posso fare a meno di pensarlo.
Pensarlo si fa per dire, perché su di lui, su di noi e su quel fondamentale nulla che ci unisce costruisco castelli deliranti, castelli che cadono irrimediabilmente quando un barlume di realtà si affaccia nei miei pensieri.
Non ho ancora immaginato un bambino con i suoi occhi, non sono ancora innamorata, ma la strada per l’autodistruzione è spianata, specie dopo la serata a casa sua.
 
L’aria di mare mi è sempre piaciuta, la sua città mi è sempre piaciuta.
Siamo in macchina per le strade del centro, puntiamo verso il mare, verso la litoranea.
Lui si scusa se stiamo girando senza meta, dice che ha voglia di rilassarsi.
E’ quasi il tramonto, sono in macchina con l’oggetto dei miei desideri, ci fermiamo a prendere una piadina. Trovo il coraggio di abbracciarlo, scherzando.
Sono in paradiso, altro che paste, altro che alcol, rave e distruzioni varie: il paradiso è una piadina al tramonto, col mio principe accanto.
Ma questo lui non lo sa.
Glielo suggerisco, gli dico che sono praticamente in estasi, ma forse non sono troppo chiara sul fatto che quando sto con lui sono in estasi perenne.
Dopo il rave di fine Luglio ho dormito da lui. Ho anche dormito, tanto per spiegarci, e da quel momento lo sogno una notte si e una no.
Ho sognato la sua pancia, qualche giorno fa, la sua bellissima e magrissima pancia.
Ho sognato che la baciavo e poi andavo un pò più in giù e poi...poi mi ha svegliato la telefonata di non mi ricordo chi e io ho tirato una bella serie di accidenti, se non posso averlo davvero almeno mi lascino sognare in santa pace!
Comunque ora è il tramonto, e il cielo è di un colore incredibile.
Il mio principe, non pienamente conscio di incrementare il mio stato di estasi, guida verso un alto viadotto, e poi rallenta: nemmeno con tre xtc in corpo il sole è così grande. Quel ragazzo è peggio (o meglio...) di una droga.
Il sole riflesso sul suo viso mi commuove quasi, quant’è bello il mio giovane principe!
Ogni tanto mi illudo di essermi presa un abbaglio quel giorno alla festa, invece è bello davvero, è simpatico, è dolce.
E’ un tantino depresso e non mi ama.
Però sono felice, in questo momento sono davvero felice, e sono contenta di essere felice senza nulla in corpo, con la goa sparata a manetta e il tramonto che colora l’orizzonte alle nostre spalle.
 
La sua casa è molto bella, è ordinata di quell’ordine che ti suggerisce una famiglia comunque fondamentalmente unita.
Le foto del mio principe bambino sono un pò dappertutto.
Era bello anche da piccolo.
Sono lì che ammiro le foto ai muri e lui si toglie la maglia, come nulla fosse, e rimane in pantaloncini.
E’ talmente magro che nonostante la cintura sbucano cinque centimetri buoni di boxer e una pancia da farmi svenire. Me la sono sognata di notte quella pancia!
Mi sono chiesta più di una volta se i ragazzi si rendono conto che presentarsi davanti ad una donzella col pantalone calato a livello di pelo pubico possa provocare reazioni inconsulte nella malcapitata.
In un primo momento mi viene voglia di morderlo, o di dirgli di rivestirsi.
Invece taccio e continuo ad ammirare. Lui guarda un film in videocassetta, e io guardo lui, la sua schiena, le sue mani, il suo collo...
Comincio a sentirmi una gattina in calore.
Con movimenti impercettibili e studiatissimi scivolo verso di lui, il cui sguardo perso nel video non mi aggrada affatto. Comunque a forza di strisciare e abbracciare cuscini, mi ritrovo la sua bella testina appoggiata alla spalla.
Mi sento come se avessi in mano una coppa di gelato con la panna e un cucchiaino e non potessi mangiare.
Perlomeno i gelati non scappano, il dubbio invece col mio principe rimane. Rischio una figura di emme da guiness dei primati.
A forza di canne comincio a sentirmi parte integrante del divano. Lui si addormenta e il mio morale finisce sotto alle ginocchia. Eccomi, mi vedo: colassata su un divano con l’oggetto dei miei desideri dormiente, a pancia in giù. Così è ancora più bello, e la frustrazione sale fin sulle stelle.
Medito di telefonare a Nera e farmi richiamare, in modo da svegliarlo con lo squillo del telefono, e comincio a sentirmi un tantinello patetica.
 
Ma come si diceva prima dio esiste e ogni tanto si ricorda ecc. ecc.
Si sveglia, ha l’espressione di uno che esce dal coma. Riesce a malapena a proporre di andare a dormire nel letto dei suoi.
Ha detto andare, intendeva insieme, io e lui, nel letto dei suoi?
Se non ce la faccio stavolta sono una cretina.
Piano di attacco numero due, altro che avvicinamenti e strusciatine da gattina, voglio vedere una volta che siamo nel letto come mi sfugge...
Difatti...Difatti ho la netta impressone che fino a quel momento lui non si sia minimamente accorto delle mie tattiche disastrose, e del resto penso che sia realmente la prima volta che mi devo impegnare a tal punto per rimediare un pò di sano sesso. Io di mio ci sto mettendo anche una bella componente d’amore, o di fissazione amorosa che dir si voglia, insomma sarò in calore ma è lui che voglio, lui e solo lui. Gravissimo.
Fa su l’ennesima canna, e io vado nel panico immaginando che la cosa porterà ad un suo ennesimo mega abbiocco.
Difatti.
 
Anche io sono particolarmente rilassata, mi giro su un fianco e mi accucciolo per bene. Sembra che le cose vadano un pò meglio, abbandonata la pretenzionalità.
Non ci voglio credere ma mi abbraccia, sento l’odore della sua pelle sudata, e mi viene un attacco di coccolite assurda, ora che l’ho fra le braccia l’unica cosa che mi viene naturale è accarezzargli i capelli.
Sembra un bambino, cioè sembra più bambino di quanto già lo sia.
Resterei anni così, col fumo in testa e lui fra le braccia.
Forse anche secoli.
La crapa gira, mi viene da ridere. Mi vedo, lì che rido, rido e sorrido, lo bacio e poi casco regolarmente di lato, fra le lenzuola. Fa caldo, la finestra è aperta. Amo i paesaggi che non mi appartengono, mi illudo ogni volta di non dover tornare indietro fra le mura di casa.
Mi piace il mio principe quando fa l’amore, mi piace perché è sincero, perché è dolce, perché si lascia andare, perchè parla.
Sono lì con lui e mi accorgo di essere felice. So che la felicità è un attimo, ma questa volta l’attimo me lo sento dentro, sento che scorre, so che scivola via ma non provo dolore per quel che sarà. O quel che non sarà più.
Ci addormentiamo mano nella mano.
Sorrido nel buio della stanza.
 
L’autostrada sotto il sole di Agosto mi riporta verso casa. C’è silenzio fra noi, forse non ci siamo ancora svegliati.
Penso che è stato un bel sogno.
Ho paura che un sogno così non si ripeta mai più.
Ma non desideravo forse solo portarmelo a letto, non la stavo spacciando, con me stesse con gli amici, per una questione di principio?
Mi accorgo che a quel cinno voglio davvero bene, vorrei che fosse meno triste, di questi tempi, vorrei renderlo felice.
Anche i sogni hanno un limite. Il piccolo principe non sarà mai mio.
Credo. Ma vorrei poterlo sognare ancora.
 
In metrò
L’ultimo ricordo sereno che ho di te risale a poco prima di salire a Torino, era metà Ottobre, oh dei quanto tempo, e ancora il cuore mi brucia…
Un metà Ottobre decisamente freddo…
Tu eri così caldo, pur se già si percepiva qualcosina, non so un ‘profumo’ non proprio gradevole, simile al distacco…
Ma in quel momento non lo avvertivo, ero così felice, o forse lo avvertii, ma mi dissi ‘ è solo la
fretta ’…dobbiamo correre, correre, è tardi, Torino è ancora lontana.
Era freddo quel giorno alla stazione ma non faceva male stare seduta sui gradini dell’ingresso, guardando di qua e di là, e poi in su e poi in giù, aspettandoti, così avvolta nel pregustare un abbraccio, un bacio, un batticuore…
Stranamente lucida, ero stranamente lucida e serena.
Non ci eravamo mai visti in una situazione di normalità, a pensarci un attimo, e avevo un po’ paura, senza alcol in corpo, di poterti davvero toccare, ma è era un paura piccola, una paura innocente che non straziava il cuore.
Di quelle paure che è piacevole avere perché prelude a qualcosa di emozionante.
Così sei sbucato dal nulla, vestito di verde e blu, coi pantaloni vecchi che da quanto sei magro starebbero bene anche a me…
Non sorridevi, questo è vero, ma quanto amore in quell’abbraccio…
Amore…ed ecco che mi assale l’odioso dubbio: che tu già ci avessi pensato che non ero cosa per te…
Dubbio che mi porto dentro, accidenti, e che ogni tanto risbuca come il dolore alle ossa, e non se ne va, se non cacciandolo giù a medicine.
Era freddo, tu eri bello , io sorridevo come una sedicenne innamorata al primo appuntamento.
E in metro tutti ci guardavano, sai, un po’ perché siamo buffi, magari un po’ strani al colpo d’occhio, ma specie perché ci tenevamo stretti stretti, oh dei, come nelle fiabe, nei sogni, nel luogo in cui vorrei essere ora.
Ci guardavano perché eravamo felici, io credo.
Mi capita di sorridere quando vedo due persone per mano, sorrido se loro sorridono.
E c’era qualcosa di più.
Non avevamo sedici anni, ma più di trenta entrambi.
Entrambi avevamo sofferto, entrambi segnati da vite un poco al limite, e non sai mai se poi cadrai.
E questo rendeva tutto ancora più bello.
Ero consapevole di quello che stava accadendo, dell’attimo che fuggiva.
A sedici anni non le provi queste cose, a venti nemmeno, gli attimi tendono a fuggire di meno, forse si ha paura, ma anche meno dolore dentro, da lasciarsi alle spalle…
 
E me ne stavo con gli occhi puntati sul segno severo della tua fronte, e mi perdevo ogni tanto in quegli occhi profondi.
O nella voce calda.
O in un sorriso…
 
E di nuovo l’odioso tarlo…
Ma tu ci stavi già pensando che non ero cosa?
 
Era freddo alla stazione di Milano, e tu eri caldo.
Era caldo invece la mattina ai Murazzi a Torino, era caldo, ed ero ubriaca di alcol, di sonno, di danze, di notte e fantasmi.
Il sole splendeva a noi sorridevamo…
Ma tu eri freddo come il ghiaccio…
Non eri più con me.
 
Poi è successo che te ne sei andato dalla mia vita, e in questo momento mi vengono in mente i tappi del dentifricio quando rimangano incastrati nel lavandino, e l’acqua non scorre, e tu tenti disperatamente di togliere quel cavolo di tappo e non c’è nulla da fare.
Occorre la forza, nemmeno l’acido scioglie il tappo, nemmeno il tempo cancella il dolore.
Un giorno di questi prenderò delle grosse tenaglie, smonterò quel tubo e l’acqua riprenderà a scorrere…
Forse l’ho già fatto, forse, ma fai ancora male in gola come quando inghiottisci una pillola grande e ruvida.
 
 E mentre mi rimembri un lavandino tappato o un dolore alle ossa, mi trova anche un poco stupida a vedermi cercare i tuoi difetti, a ripetermi che non sei poi nemmeno bello, e che io lo sono…
Che giochi stupidi inventa la mia mente per tirarsi un po’ su da sola…
 
E tu sei bello, ed eri bello anche se freddo come un ghiacciaio in Inverno.
L’unica cosa che mi solleva è il sapermi diversa da te, ed incapace di tale gelo interiore.
Verrà l’Autunno
1.
Ci sono storie che ho pensato d raccontare ma poi, per un motivo o per un altro, per pigrizia forse, le idee sono sempre rimbalzate nel cervello uscendo qualche volta sotto forma di filastrocche, di concentrati di vita, di sogni, di pianti.
Questa storia la voglio raccontare, perchè sento che mi ha fatto troppo male per rimanere dentro.
Tenersela dentro è come avere un insetto che ti morde ogni volta che poni lo sguardo su un oggetto di casa, su di una luce per strada, negli occhi di un bambino.
Marco mi ha fatto odiare i bambini. Vorrei prendere a calci ogni pargolo in carrozzina che incontro nelle vie, odio i sorrisi delle madri, odio i sorrisi teneri.
Sto diventando cattiva. Lui mi ha fatto questo: lui mi ha fatto diventare cattiva.
Lui ha una bambina. E una moglie. Non andavano più d’accordo quando ci siamo incontrati, lei non era un problema, il problema era la bambina.
Sono arrivata ad odiarla, perchè lei, quella iccola cosa inerme, mi avrebbe portato via l’amore. Così è stato. E una parte di me se ne è anadata per sempre.
2.
Quando ho conosciuto Marco ero andata per puro caso in una di quelle famose dicoteche della riviera dalle quali mi ero sempre tenuta alla larga per via dei soldi, della gente, della musica.
Ero bella quella sera, avevo la bellezza di coloro che escono dagli incubi e hanno ancora le pupille enormi per la paura.
Avevo passato le settimane precedenti ad accozzare psicofarmaci di ogni genere, evitando i neurolettici: per quel poco che ne so bene non fanno!
Io ero lucida, per quanto lucida io possa realmente essere. Non importa come sono andate le cose.
Marco era lì con sua moglie ma dal giorno dopo non passava mezzora senza che ci mandassimo un messaggio al cellulare.
Due settimane dopo era qui nella mia casa, abbracciati sul soppalco,col gatto in mezzo a noi.
Non mi ha lasciata sola in questa casa che un giorno. Avevo traslocato il Giovedì, Venerdì scese alla stazione e cominciammo ad amarci.
Lo odio per questo: sono in questa piccola reggia di due stanze da due mesi e lui è stato qui con me almeno dieci giorni: Tutto quello che vedo ha la sua ombra impresa. Ogni cosa il suo odore.
3.
Quando ha detto che mi voleva lasciare, che contava solo sua figlia, ho solo desiderato morire.
Gliel’avevo chiesto mille volte di lasciarmi subito. Ha aspettatto un mese. Mi ha chiamato “passerotto” per un mese, poi, nel giro di due giorni, non mi amava più. Non sarebbe venuto a vivere qui, nella mia piccola reggia, come progettato, non mi avrebbe più stretto forte, non avrebbe sedato le mie crisi di nervi.
Marco mi ha lasciato sola. Con una ferita enorme nell’anima. Non sono più io. Sto diventando cattiva.
Ero fragile anche prima, l’amore per lui mi ha distrutta.
Sabato, dopo averlo preso a calci in stazione, sono tornata nella reggia, mi sono lavata il viso e ho baciato almeno quattro ragazzi in una serata, per togliermi il suo marchio dalla pelle.
Ho dormito con un ragazzo che conoscevo di vista, uno da rave. Mi ha fatto bene. Mi sono addormentata tranquilla, non ero più sua, almeno dal punto di vista fisico.
4.
Marco non risponde al cellulare da giorni.Avrà cambiato numero. Se volessi lo troverei, scenderei in riviera, ricatterei i suoi genitori, ma lo troverei. Questa storia non è ancora finita. Forse lo troiverò e gli farò del male. Diceva di amarmi. Lo diceva anche troppo spesso.
Io mi chiudevo, sapevo di nonpotere subire altri schock, non ne andava solo della salute del mio cervello, ne andava anche di quella di mia madre, ma questa è un’altra storia.Sono stata crudele anche con lei, per colpa di marco che se ne è andato.
Prima ho chiamato casa sua, la casa dove abitava con la moglie. Non c’è mai nessuno. Ho cancellato i messaggi che gli avevo lasciato in segreteria, la mia voce era piatta, monotona, stupida. La voce di una morta:lo ricattavo, lo imploravo di farsi sentire, gli dicevo di amarlo, e tutto senza cambiare tono dalla voce.
Io non sono così. Non ero così.
Marco lo amavo veramnte, come si possono mare i cuccioli feroci e cattivi delle fiere. Lo mavo come si ama un padre, un amico, un amante.In Marco avevo ritrovato la vita.
E ora mi trovo col nulla fra le mani.
Solo rabbia che pulsa in testa. Voglia di vederlo soffrire.
Spero non gli permettano di vedere la bambina. Mai più.
 
5.
Lui diceva di essersi sposato perchè lei era incinta, non l’amava. Diceva di non averle mai detto “ti amo”. Però se ne è andato anche da me.
6.
Mi sono svegliata con lui che mi sussurrava “passerotto”, è succeso tante volte. Era così bello che non ci credevo.
Ero il suo passerotto.
La voce di stamattina era solo un eco del passato,lui non era con me nel letto sul soppalco. Eppure l’ho sentito chiaro, ho sentito il suo respiro accanto a me. Solo echi del passato. Ho pianto.
Mi è venuta la febbre perchè non gli ho urlato tutto il mio odio e l’insetto continua a ferirmi da dentro.
Non ci credo che non mi ami più.Ma non sono il suo passerotto, il suo passerotto è quella bambina, che forse non avrà mai.
Al telefono non risponde nessuno, comincio a credere sia successo qualcosa, forse ci spero.
 
7.
Non so più nulla di lui, sono passati molti giorni da quando se ne è andato. Non ho ancora pace.
La sua immagine è ancora nel riflesso dello specchio dietro la porta.
Tutto quello che ho fatto ha creato disagi alla sua famiglia, nulla di più.
Ho questo insetto dentro, che continua a mordere.
Si è fermato sotto al mio plesso solare, qualche volta non riesco a respirare. E ogni volta spero che la mia infelicità diventi la sua,. In un modo o in un altro.
Suo padre non mi dice nulla. A casa sua non risponde nessuno, mai.
Ho scritto a sua madre, a suo fratello.
Troverò il modo di fargli del male, un giorno, lo troverò. Non si fanno queste cose, non si illudono così le persone.
Qualche volta penso che finirò in un ‘ospedale psichiatrico, mi raserò i capelli a zero, sbatterò la testa contro ai muri.
E racconterò la mia storia a chi vorrà ascoltarla.
Si muore per ampre, eccome se si muore!
Si può morire anche per un soffio di vento.
Che porta via la tua anima.
Lontano, sempre più lontano.
 
Epilogo
Sono passati due anni, è inverno, fa freddo come due anni fa. La ferita brucia molto meno. Ogni tanto ci penso, ma ho nuove ferite che fanno assai più male. Ho avuto altri grandi amori dopo di Marco, tutti finiti male. Sono diventata davvero più “cattiva”, ma non odio più i bambini.Lo farò anche io un bambino. Sono diventata più forte, questo è sicuro.
Ho avuto modo di trovare anche il nome e l’indirizzo della moglie, ma il tempo passa e le cose sbiadiscono.
Vorrei solo, un giorno, incontrarlo per strada, vorrei incontrarlo e dirgli di essere felice e vederlo invece incasinato e triste. Vedere che ha perso la via, che si è imborghesito e ha perso la dimensione del sogno.
O forse vorrei solo essere felice .
 
Millennium
   
‘Questo autunno è più freddo degli altri’, pensa la bambina. Poi si siede accanto allo steccato, ancora umido delle infinite pioggie della stagione che porta il freddo.
Il Sole si lascia vedere appena in trasparenza dietro la coltre di basse nuvole all’orizzonte.
‘Ho fame’, pensa la bambina, stretta nei suoi stracci ma fiera come un guerriero. L’estate era stata calda, afosa, avara di frutti, crudele.
 
‘Ma cos’è questo strano movimento, questa agitazione intorno a me?...
Ho sentito i vecchi parlare davanti al fuoco, e le donne sui portoni bisbigliare della fine dei tempi…
Segni!
Ecco cosa sono tutto questo freddo, la fame, la pioggia di sabbia rossa sui campi, gli sciami furiosi di locuste!
Il mondo sta forse per finire, come diceva quella vecchia pazza ieri, strappandosi le vesti e i capelli nel centro del cortile…
Delirava di guerre in Cielo, quella vecchia, narrava di cavalieri che combattevano fra le nuvole, senza tregua, senza stanchezza, aspettando la fine dei tempi!
Ma intanto i giorni passano…
E io sto qui vicino allo steccato, nulla di nuovo succede.
 
I villani non lavorano più. Aspettano la fine dei tempi, inerzia pesante per l’aere volteggia.
Dalle stalle giungono i lamenti delle bestie affamate, ignare povere bestie delle sorti del mondo.
Qualcuno alfin da loro da mangiare.
Quel lamento tace, ora tutto sembra tacere.
Il paese è immobile.
Aspetta.
E’ giorno di vigilia, domani non sarà più nulla.
 
‘Che senso ha lavorare, si, questo lo capisco…, ma cosa succederà?
Vedo arrivare la zia. Mi prende per mano senza troppa delicatezza.
Andiamo tutti verso le mura della chiesa di S.Pietro, sopra il torrente Sambro, dove giocavo la scorsa estate.
Ci accamperemo lì ad aspettare, insieme agli altri villani.
Ma ad aspettare cosa?’
 
La bambina è appoggiata al muretto. Non è comodo come lo steccato delle sue estati, ma va bene lo stesso.
Sono in tanti, accalcati al freddo, e si scaldano a vicenda…i fuochi accesi qua e là dagli uomini non bastano a temperare il freddo pungente.
Gli occhi di ogni uomo, di ogni donna, scrutano il cielo in attesa di un segnale, immobili, attoniti.
Alcuni uomini corrono però come impazziti, urlano, si flagellano, si inchinano, chiedendo pietà al grande Dio Padre.
La bambina fa fatica a rimanere sveglia reclina il capo su una spalla, e nel dormiveglia, pensa…:
 
‘Dicono che una spada fiammeggiante scenderà su di noi, e porterà giustizia. Cosa significa non lo so, ma questo ho sentito…
E quella ragazza, tanto bella ma tanto strana…si è gettata al suolo urlando che Lui, Lui in persona scenderà fra noi…E che i cieli si apriranno, e che le stelle cadranno in frammenti su noi peccatori…chissà…’
 
Dalla notte punteggiata d’astri scende un fiato umido che si condensa in cristalli di ghiaccio.
E ghiaccio è la terra, ghiaccio sono i rami secchi degli alberi, ghiaccio sono le povere cose di coloro che sono a veglia.
Le ora passano e nulla accade.
Quando la bambina si sveglia, con il mal di testa dal freddo patito, raggomitolata su se stessa come un gatto davanti al camino, sta spuntando l’alba, e con essa i primi raggi di luce.
Coloro che non sono stati strafatti dal sonno si guadano intorno, attoniti, svegliando amici e parenti.
E’ l’alba di un nuovo giorno, di un nuovo Millennio sulla Terra, sulla pieve ghiacciata e sugli uomini del borgo.
Qualcuno ha un motto di meraviglia per lo scampato pericolo, ci si scambiano auguri, destando i figlioletti, si radunano i poveri stracci, e si torrna verso i fumanti.
 
La bambina continua a fissare quel sole che non doveva tornare. E pensa ci sarà un’altra estate calda, che avrà ancora caldo poi ancora freddo, e poi ancora fame.
Corre al suo steccato, stropicciandosi gli occhi, con la brezza fredda che le entra nelle vesti, confusa ma al tempo stesso stranamente serena.
Da lì si vede la valle.
Si vedono la valle ed il fiume che scorre, che ha sempre continuato a scorrere, ignaro e superiore alle paure degli uomini.
Domani si tornerà alla solita fatica, ai soliti dolori, ma anche alle gioie, ai canti, ai balli, alle Primavere e agli amori.
 
‘La vita allora continua’, pensa la bambina, ‘lo sapevo che non sarebbe successo nulla!’
 
E’ l’alba del nuovo Millennio sulla Pieve di S.Pietro.
Tutto continua nella sua apparente monotonia.
 

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domenica, 29 ottobre 2006, 13:11



Erano quei tempi
Erano quei tempi in cui i cavalieri, stanchi dopo le terribili battaglie lungo le coste a picco , quando al battere dei ferri si associava il canto fragoroso del mare,solevano ritirarsi verso l’entroterra, e trovar rifugio, conforto e un letto caldo nelle locande umide fra gli immensi alberi della Scozia.
 
La lotta era stata dura, e tu, cavaliere d’argento dall’armatura infangata e ammaccata, ti sedetti , quasi lasciandoti cadere, presso un vecchio tavolo di noce e ferro arruginito,ed ecco, una mezza pinta è per te!
E un cosciotto fumante, per il Signore...
 
La fame era stata soddisfatta, la sete imbrigliata, un fuoco caldo asciugava i lunghi fulvi capelli, e tu chiudesti gli occhi per sognare un attimo di pace...e qualcuno che lenisse le tue ferite.
 
E in quell’attimo la vedesti, lei, nei suoi neri capelli da incantatrice, il vestito verde come le spire dei serpenti, ma bella e innocente, e ti ballava accanto...
 
Ma la vedevi o la sognavi, nella bruma e nelle nebbie di un’oscura notte d’inverno?
 
Nemmeno il tempo di un pensiero e danzavate insieme, al musicar di un arpa e deli liuti sopraffini...
 
Poi, dopo quei volteggi da incanto, dopo le giravolte e gli inchini, dopo le labbra calde di vino della bella signora, cadesti, stanco, per il troppo combattere, per il tremendo vivere.
 
Salì il Sole in cielo e fu un nuovo giorno, e una nuova battaglia.
Ancora col pensiero di lei indossassti la pesante armatura, che rimandava agli occhi i dolci colori di un’alba non ancora lontana.
 
E combattè, il cavaliere, fece mille morti, ma quando fu sera, fu stanco, e si sentì solo.
Tornò allora presso la locanda, e dopo un giro di pinte, si butto nelle danze, in attesa del nascosto sguardo di lei, e lì la la trovò...
 
E fu una notte splendida, e fu un sonno profondo appoggiato al grembo di lei, che leniva le ferite del cuore e della mente...
 
Poi una nuova alba, un nuovo campo per la battaglia, nuove urla, nuguli di corvi nel cielo muoveva la dea Morrigu gridando vendetta.
 
E alla sera il cavaliere ballava e beveva , beveva e danzava, con la sua dama verde stretta al petto...
E in quel turbinare di metallo e vino, cadde, fragorosamente, al suolo...
 
‘Povero cavaliere errante, stanco di troppe battaglie, bevi dalla mia coppa, è un mio veleno ti farà bene’
Il cavalier alzò gli occhi...non poteva che essere lei una voce così dolce, e una tale gentilezza...
 
Dinanzi ai suoi occhi stava invece una vecchia, dai capelli bianchi e lunghi,, intracciati in fiori antichi quanto lei...portava un abito nero di stracci, ed era vestusta come le quercie...
Il cavaliere trasalì, con il braccio buttò al suolo la coppa, sguainò la spada...
 
‘Vecchia, dov’è la fanciulla che incontrai ieri, e il giorno prima e tutti i giorni prima  ancora? La fanciulla che profumava di rose e di pace?’
La vecchia si avvicinò.
Il cavaliere spaventato roteò lo spadone.
Ma la vecchia si avvicinò ancora di più, e prese un altro calice:
 
‘Sono io, bel cavaliere’, ieri e prima di ieri mi vedesti con gli occhi della notte e il vino nelle vene’...
 
‘non è possibile urlò lui’, con gli occhi spaventati di un cervo che fugge...
Poi, quando la lama era oramai pronta a colpire, qulacosa negli occhi della vecchia...
 
Si, lo stesso colore del muschio d’estate, della giada preziosa, del fondo dei ruscelli....
‘sei tu, mia amata?'
 E lei: ‘ si sono io, non farci caso, sono troppi giorni che combatti, troppi giorni che arrivi qui sfinito e ferito, e io ti curo e ti amo, ti do di che vivere e un giaciglio su cui dormire, sei stanco, cavaliere, se sempre troppo stanco.
Se mi fossi presentata per quello che sono non avresti voluto il mio aiuto.'
 
Il cavalier d’argento pianse per la prima volta in molti, moltissimi anni.
Bevve dal calice della strega, e sulle sue ginocchia riposò, come un bambino.
Lei lo coprì con una pesante coperta, ed uscì a guardare le stelle, la luce della luna colpì il suo volto, che non aveva età, ed era bello come la vita stessa.

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domenica, 29 ottobre 2006, 12:57



Minou delle pozzanghere.
 
Minou era una fata nata per disgrazia o fato avverso in una grande città del nord.
Minou viveva nelle pozzanghere, ai lati delle strade, tra il traffico e lo smog...
Minou era piccola come il più piccolo dei passerotti, aveva ali verdi e viola, e danzava ogni mattina in mezzo al traffico, sfreciando come un baluginio davanti agli occhi di guidatori non poco interdetti.
Ma tutto quello smog e tutto quel rumore...le ali della fata eran grigie e raggrinzite...
Minou decise che voleva una casa più tranquilla, fece un fagotto con i suoi pochi stracci di fata e si stabilì in una pozzanghera più sicura, in una vecchia casa di campagna rimasta intrappolata fra il cemento di città.
Minou fece amicizia col gatto Nero, e la notte li si poteva vedere saltar di tetto in tetto , entrar dalle finestre e rubar qualche biscotto.
Si dice che qualche bambino l’abbia scorta nel dormiveglia, mentre svolazzava vicino alle finestre aperte.
Perchè solo i bambini e le anime sensibili possono e sanno vedere.
Minou e il gatto decisero poi che la vita in città stava a loro troppo stretta.
Allora anche il gatto Nero fece un fagotto con le sue poche cose di gatto e si diressero piano verso la collina...
E lì, in quella coliina che scendeva fino all città, Minou e Nero scoprirono il più bello dei reami...
Un ruscello, o forse un modesto fosso...ma magnifico ed ospitale...nel mezzo dei prati in fiore.
Da quel giorno Minou e Nero ebbero come compagni le lucciole e le stelle, i ragni d’acqua e le grandi locuste d’estate.
Ecco come Minou divenne la fata dei fossi.
Se siete vicino ad un fosso e scorgete un gatto nero, state sicuri che li vicino vive Minou.
Le cui ali hanno ora un bel riflesso argentato.
Se le ragalate un biscotto esaudirà un vostro desiderio.
Un piccolo desiderio...è pur sempre una fata da pozzanghera!!!
 
 
 
 

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